Modulo di richiesta- Dottoressa Parisi Annarita, Psicologa Psicoterapeuta Napoli

Dottoressa Parisi Annarita, Psicologa Psicoterapeuta Napoli

Annarita Parisi - MioDottore.it

SERVIZI


In questa sezione risponderò a due domande:
  • a chi mi rivolgo?
  • quali sevizi offro?
La psicoterapia sistemico-familiare è un intervento di cura finalizzato a ripristinare l’equilibrio psichico, emotivo e relazionale di:
  • Bambini
  • Adolescenti
  • Adulti
  • Coppie
  • Famiglie
  • Scuole
  • Aziende


 


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BAMBINI

Crisi evolutive, problemi comportamentali, disturbi di regolazione emotiva.

 

Mi capita spesso di essere contattata da mamme che vorrebbero “portarmi” il loro bambino con cui “non sanno più cosa fare”. Mi raccontano di bambini irrequieti, iperattivi, svogliati, disobbedienti, a volte aggressivi. Oppure asociali ed eccessivamente timidi e remissivi, spesso molto arrabbiati e provocatori, bambini con difficoltà d’apprendimento o di concentrazione, segnalati anche dai loro insegnanti.


In effetti, durante l’età evolutiva i bambini possono manifestare disagi dovuti alle varie fasi di crescita e anche ad eventuali importanti cambiamenti avvenuti nel proprio ambiente, come il cambiamento di scuola, la separazione dei genitori, la morte di un nonno, la nascita di un fratello, l’inserimento in famiglia di un compagno o compagna di un genitore.


Alle mamme rispondo che quasi mai lavoro solamente con i bambini, perché è la relazione genitori-figli che voglio analizzare ed, eventualmente, curare. Quindi invito i genitori ad un primo colloquio conoscitivo e, di solito, coinvolgo nei successivi anche il bambino e gli eventuali fratelli o sorelle.


A volte bastano pochi incontri per riuscire a sbloccare una situazione difficile, altre volte è necessario dedicare maggior tempo alla cura degli stili comunicativi e relazionali all’interno della famiglia, in presenza di problematiche determinate da dinamiche più complesse.


In base alla mia esperienza questi incontri risultano molto efficaci. Alla fine del percorso il bambino ritrova serenità e fiducia nei suoi familiari e i genitori scoprono risorse utili per affrontare il difficile compito di essere e fare i genitori. Il bambino non è mai “il problema”, ma sono i suoi disagi a segnalare che qualcosa non funziona nella famiglia.



 

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ADOLESCENTI





 


Crisi evolutive, comportamenti aggressivi o antisociali, disturbi alimentari.


Gli adolescenti non mi hanno mai contattata personalmente. Sono stati sempre i loro genitori o educatori a chiedermi un intervento.

I ragazzi tra i 12 e i 18 anni subiscono importanti cambiamenti fisici, cognitivi, emotivi, relazionali e sentono la grande responsabilità di dover diventare adulti e la grande paura di non poter più fare i bambini. A queste forti emozioni possono reagire in tanti modi, talvolta con una sofferenza tale da coinvolgere l’intera famiglia.


Alcuni si chiudono in sé, si rifugiano nella propria stanza, davanti al computer, ascoltano musica, evitano di uscire e ricercano relazioni unicamente virtuali sui social network. Altri cominciano a comportarsi da bulli pur di appartenere ad un gruppo in cui si possano sentire accettati. Altri ancora manifestano i propri disagi sviluppando disturbi alimentari: ora si abbuffano, ora digiunano, ora vomitano. In alcuni casi accumulano una tale rabbia nei confronti dei genitori da diventare gravemente aggressivi, non solo verbalmente ma anche fisicamente, arrivando perfino a rompere oggetti in casa e a picchiare le madri e i padri.

I ragazzi adolescenti spesso non si fidano dello psicologo perché hanno il pregiudizio che “dallo psicologo vanno solo i matti”… e loro certo non lo sono! Pensano che parlare sia inutile e fanno tanta fatica ad aprirsi con gli adulti. Sono spesso sulla difensiva e si rifiutano di accettare un aiuto, anche perché solitamente non vogliono darla vinta ai genitori con cui hanno un rapporto molto conflittuale.


Con quanto detto non voglio scoraggiare i genitori, anzi! Dalla mia esperienza ho constatato che anche i colloqui con i soli genitori possono essere molto efficaci e portare a delle soluzioni. Naturalmente, nei casi in cui l’adolescente si è mostrato così curioso e coraggioso da partecipare, la terapia familiare ha avuto ottimi risultati.


La crisi adolescenziale porta molta sofferenza ed io sono molto sensibile a questa tematica. Se la famiglia riesce a supportare il figlio in questo difficile passaggio, si evita, nei casi più eclatanti, di cronicizzare comportamenti del ragazzo che possono essere malsani sia per sé sia per chi vive con lui.


Per quanto riguarda il percorso psicoterapico, il mio metodo solitamente prevede un primo incontro con la persona che mi ha contattata, in assenza del ragazzo se si tratta di un genitore. Successivamente alterno colloqui familiari a colloqui con la sola coppia genitoriale o con il solo ragazzo o la ragazza. Non voglio ripetermi, ma si può innescare un cambiamento sull’adolescente se l’intera famiglia è pronta a cambiare insieme ad un figlio che sta crescendo.


 

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ADULTI






Depressione, Disturbi d'ansia, Disturbi alimentari, Disturbi psicosomatici o ipocondriaci, attacchi di panico, difficoltà relazionali, problemi dell'autostima, bilanci di competenze e orientamento professionale.

 

Nel corso della vita, e in particolare nell’età adulta, può succedere di perdersi improvvisamente, non avere più riferimenti, non essere più sicuri dei propri sentimenti, non avere più le certezze e gli obiettivi su cui era stato basato il proprio “progetto di vita”. Come mai? Cosa è cambiato?

Questo disorientamento può far affiorare frequenti stati d’ansia che compromettono il respiro, il sonno, le relazioni, i risultati sul lavoro, la salute fisica. Si fa fatica a sorridere e a provare entusiasmo; ci si sente soffocare ma non si capisce da cosa ci si vuole liberare. E’ un segnale che va ascoltato e compreso.

Disorientamento oppure, il cambiamento è chiaro ed evidente ma si è manifestato in modo così improvviso e inaspettato da far perdere l’equilibrio (perdita del lavoro, separazione, tradimenti, passioni travolgenti e inaspettate, incidenti, lutti, nascite, promozioni o traslochi) e tutto non è più come prima. Buio.

Chi è in questa fase emotiva non riesce a vedere né a immaginare il futuro, perché rimane bloccato sul presente e ancorato al passato. Un evento esterno impone un cambiamento che non sempre si è pronti ad attuare. Questo stato di impasse può riportare alla mente i soliti brutti pensieri o brutti ricordi che tormentano sempre più e occupano l’intera giornata, per tanti giorni, tanti mesi.

Si sta male, non si riesce più a provare una bella emozione, a volte un breve sollievo ma poi il brutto pensiero arriva e di nuovo rabbia, paura, tristezza.

Questi disagi della persona possono essere associati a stati di depressione. Che fare? Parlare, parlarne, capire, scoprire, ricordare, immaginare, chiedere, chiedersi… ma non da soli!

Se si vuole stare bene, anche per non far più soffrire le persone vicine, bisogna prendersi cura del proprio benessere in modo serio e realmente efficace. I colloqui con uno psicologo possono sicuramente aiutare a ritrovare equilibrio, serenità e nuovi obiettivi. Bisogna individuare insieme ad una persona esperta il percorso da fare, ricco di scoperte e di nuove prospettive, per rialzarsi e ripartire dopo una caduta.


Molti non confidano agli amici, e in alcuni casi neanche ai partner, di aver intrapreso un percorso di psicoterapia, perché lo ritengono uno spazio molto personale, in cui si prendono cura di sé, si sentono accolti, ascoltati, compresi e da cui escono più leggeri, più sicuri, più contenti. E alla fine felici.

Andare da uno psicologo è come fare una sosta al distributore che rifornisce i viaggiatori della benzina per proseguire. Una volta fatto il pieno, ci si augura buon viaggio!

 


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COPPIA






Crisi di coppia, gestione della separazione e accompagnamento alla nuova organizzazione familiare, sostegno alla genitorialità.  

 

“Ci facciamo aiutare?” Questa è la tipica frase che si dicono i partner quando sono in crisi, attraversano cioè una fase in cui non viaggiano insieme, fianco a fianco, ma si scontrano per qualsiasi cosa, non si desiderano più, si stanno allontanando e non capiscono se è questo ciò che vogliono.

Provano a discutere, a chiarirsi, ma ciò che si dicono sono sempre le stesse parole con gli stessi toni che li portano a litigare. Allora decidono di farsi aiutare da uno psicologo con cui potrebbero sviluppare nuove capacità di comunicare e di intendersi, per riavvicinarsi e continuare la strada insieme.

La psicoterapia di coppia, però, non è necessariamente finalizzata al recupero della relazione. I terapeuti di coppia non sono matrimonialisti, ma accompagnano le coppie ad una nuova unione o ad una separazione. Quel che è importante è non lasciare nulla d’intentato ed essere consapevoli dei motivi per cui ci si lascia o si continua a stare insieme, decidendo le modalità migliori e più benefiche per farlo, soprattutto in presenza di figli.

L’occasione di essere insieme in terapia fa sì che ciascun partner possa avere una visione diversa dello stato emotivo dell’altro, sviluppare le proprie capacità empatiche, applicare nuove modalità comunicative; potrà allo stesso modo trovare la forza di aprirsi, confidarsi, per superare eventuali rancori, timori, rimorsi, grazie all’intermediazione di un esperto che guida la conversazione ed il confronto all’interno della coppia, stimolando la capacità di ascolto di ognuno.

A volte capita, nel corso di una terapia individuale, che in seguito ai primi colloqui il paziente evidenzi soprattutto problemi con il partner. In questo caso si valuta l’opportunità di proseguire con una terapia di coppia, qualora entrambi i partner siano disponibili a farlo. In caso contrario si prosegue con gli incontri individuali, da cui comunque la coppia può trarre beneficio, anche se in tempi più dilatati.

 

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FAMIGLIE



Problemi di comunicazione intrafamiliare, crisi evolutive di bambini o adolescenti. 

 

Chiunque di noi ha potuto constatare, nel corso della vita, che se un membro della famiglia sta male, tutta la famiglia sta male. E se chi sta male segue una terapia individuale ma non trova benefici nell’ambiente di casa, è perché il “sistema famiglia” si rifiuta di cambiare. Se invece tutti i componenti della famiglia si mettono in discussione, l’intera famiglia sta meglio.

In alcune situazioni la terapia familiare è molto più efficace di terapie individuali. Si raggiungono i risultati in tempi più brevi e gli effetti sono duraturi. Questo perché in presenza della famiglia il terapeuta ha la possibilità di vedere in prima persona le modalità relazionali che la caratterizzano e di individuare gli stili comunicativi, verbali e non, che provocano malessere.

Le terapie familiari più comuni sono richieste o consigliate perché c’è un figlio o una figlia, bambino o adolescente, che allarma i genitori. In questi casi la terapia familiare porta ad un risultato piuttosto rapido e tangibile perché durante la seduta stessa vengono analizzati i nodi conflittuali tra i vari membri, le alleanze, i mancati ascolti, i rigidi meccanismi che fanno soffrire. Il terapeuta familiare ha così la preziosa possibilità di far presente all’intera famiglia, nell’hic et nunc, ciò che non funziona e proporre un cambiamento attraverso varie tecniche: domande, domande circolari (es. “se tu fossi tua madre cosa diresti a tuo padre…”, ” cosa pensa tua madre di te”, etc.), giochi di ruolo, spostamenti delle sedie per allontanare o avvicinare, lavori grafici e/o iconografici volti ad una nuova visione dell’intero sistema.

 

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SCUOLE


 

Sostegno alla genitorialità, supervisione personale educativo, rischio drop out degli studenti.

All’interno dei contesti scolastici organizzo incontri di gruppo tra i genitori per dar loro la possibilità di confrontarsi sul delicato tema della genitorialità.

L’obiettivo è quello di permettere ai partecipanti di esprimere i propri dubbi, paure e difficoltà nel fare i genitori, ascoltare quelle degli altri e trovare insieme delle possibili soluzioni. Solitamente questi cicli sono costituiti da 8 incontri della durata di 1 ora e mezza, con cadenza settimanale. I gruppi prevedono la presenza di circa 8-10 persone.

Sempre presso le scuole mi occupo di counselling e supervisione per il personale educativo e conduco corsi di inserimento alle scuole medie superiori e corsi di rimotivazione all’apprendimento per studenti a rischio drop out.


 

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AZIENDE




 

Corsi di comunicazione efficace, convenzioni per dipendenti, sportello di counselling.

Nei contesti aziendali, o comunque lavorativi, conduco corsi di comunicazione efficace volti all’insegnamento di strategie comunicative che ottimizzano il lavoro di un team e i rapporti con l’esterno.

I corsi di comunicazione che ho condotto hanno portato sempre a buoni risultati e ad un elevato livello di soddisfazione da parte dei corsisti. Di solito coinvolgo i partecipanti con estremo entusiasmo e divertimento, convinta che l’ingrediente fondamentale per un buon percorso di gruppo sia la possibilità per tutti di mettersi in gioco e di riuscire ad acquisire capacità concrete da spendere alla fine del corso.

Solitamente i corsi di comunicazione efficace variano da un minimo di 24 ore ad un massimo di 40, suddivise in mezze o intere giornate, con cadenza settimanale. Affinché il percorso lasci ai partecipanti competenze tecniche e trasversali, affianco ad una sintetica parte teorica sulla comunicazione efficace, una parte molto più corposa costituita da prove pratiche. Propongo cioè esercizi scritti, visioni di film, simulazioni di gruppo e di coppia (anche di casi reali che ogni membro può sottoporre al gruppo) che vengono riprese con la videocamera, guardate insieme e commentate. La possibilità di vedersi mentre si comunica ha un effetto molto toccante, all’inizio poco piacevole, ma di sicura utilità.

Alla fine del corso, chi ha partecipato conoscerà la differenza tra comunicazione passiva, aggressiva e assertiva, saprà quali sono i propri punti di debolezza nel comunicare, riconoscerà quelli degli altri, porrà maggiore attenzione alla propria comunicazione non verbale, della quale riconoscerà la grande importanza, e saprà fronteggiare conversazioni o scambi comunicativi difficili, mettendo a frutto le proprie conoscenze sulla comunicazione assertiva e quindi efficace.

Insegnare comunicazione per me è un’attività gratificante, perché credo nell’importanza e nel valore intrinseco della comunicazione quale strumento indispensabile per migliorare le relazioni con gli altri e con sé stessi, in tutti i contesti della propria vita.

Convenzione per aziende

Le aziende possono stipulare gratuitamente una convenzione che consenta ai dipendenti, e loro familiari conviventi, di usufruire di uno sconto su tutte le prestazioni erogate presso il mio studio.

Lo psicologo in azienda

Conoscete le famose frasi “i tuoi problemi lasciali a casa” e “i problemi del lavoro lasciali al lavoro”? Pensate sia possibile? Secondo me no. La persona è una sola, non può separare l’io personale da quello professionale. E se ha problemi a casa o al lavoro, finisce per averli in entrambe i contesti col rischio di sviluppare sempre più disturbi legati a stati di stress, ansia e depressione.

La salute psicologica e la serenità dei dipendenti influiscono inevitabilmente sulla produttività e sui rapporti di lavoro. E’ per questo che credo nell’utilità di uno Sportello di Counselling e Sostegno Psicologico in azienda, cui possa rivolgersi chi sente il bisogno di prendersi cura del proprio benessere psichico non solo per la salvaguardia del proprio equilibrio e posto di lavoro, ma anche per senso di responsabilità nei confronti dei colleghi e dell’azienda.

E’ perciò segno di grande lungimiranza ed efficienza da parte della direzione del personale decidere di aprire uno sportello psicologico che risolva deficit di produzione, preoccupanti fenomeni di assenteismo e cali di rendimento da parte di un intero team.

Come funziona?

Le aziende interessate possono contattarmi per un primo incontro in cui sarà possibile concordare le condizioni del servizio, in particolare, il numero di ore settimanali o mensili in cui espletarlo, lo spazio da adibire allo svolgimento dei colloqui e la relativa fascia oraria ritenuta ideale.

Una volta aperto, lo sportello psicologico è a disposizione dei dipendenti, previo appuntamento. Nel corso di un primo colloquio conoscitivo l’utente decide insieme a me, in base al disagio riscontrato, se intraprendere un breve percorso di 5 incontri per far fronte alle problematiche più emergenti. La consulenza è confidenziale e segue un approccio sistemico, che può innescare cambiamenti positivi in un breve lasso di tempo.

Quando necessario, e solo se opportuno, nell’ambito del servizio posso somministrare ai dipendenti il test di Rorschach per un’approfondita analisi e diagnosi della personalità. Questo test proiettivo, interpretato secondo il metodo di J. E. Exner, è il metodo più solido, diffuso e accreditato a livello internazionale (anche in ambito forense) per rilevare indici diagnostici sulla capacità di problem solving e decision making dell’individuo e sui meccanismi di coping messi in atto per far fronte a situazioni conflittuali e stressanti.

A conclusione del pacchetto aziendale, il dipendente che vuole prolungare il percorso per ricevere un intervento più adeguato e approfondito, può rivolgersi al mio studio di Milano, continuando ad usufruire di sconti e agevolazioni. Lo sportello psicologico in azienda vuole rappresentare quindi un punto di riferimento e di orientamento per i dipendenti che sentono il bisogno di esporre la propria problematica e che cercano le prime indicazioni per farvi fronte.

Il costo del servizio è relativo esclusivamente alle ore effettivamente svolte e, a seconda degli accordi, può essere pagato dall’azienda o dai dipendenti, interamente o con un rimborso loro riconosciuto da parte del datore di lavoro.


 

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Nei miei studi di Napoli ed Ottaviano (Na)
mi occupo delle seguenti problematiche:


 

  • Disturbi d'ansia
  • attacchi di panico
  • ipocondria
  • depressione
  • disturbi psicosomatici
  • disturbi post traumatici da stress
  • crisi di coppia
  • problemi relazionali
  • sostegno alla genitorialità

DISTURBI DI ANSIA

Una larga parte di noi ha avuto o potrà avere un disturbo d’ansia nel corso della propria vita.

L’ansia di per sé, tuttavia, non è un fenomeno anormale. Si tratta di un’emozione di base, che comporta uno stato di attivazione dell’organismo e che si attiva quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa. Nella specie umana l’ansia si traduce in una tendenza immediata all’esplorazione dell’ambiente, nella ricerca di spiegazioni, rassicurazioni e vie di fuga, nonché in una serie di fenomeni neurovegetativi come l’aumento della frequenza del respiro, del battito cardiaco (tachicardia), della sudorazione, le vertigini, ecc..

Tali fenomeni dipendono dal fatto che, ipotizzando di trovarsi in una situazione di reale pericolo, l’organismo in ansia ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per poter scappare o attaccare in modo più efficace possibile, scongiurando il pericolo e garantendosi la sopravvivenza.

L’ansia, quindi, non è solo un limite o un disturbo, ma costituisce un’ importante risorsa, perché è una condizione fisiologica, efficace in molti momenti della vita per proteggerci dai rischi, mantenere lo stato di allerta e migliorare le prestazioni (ad es. sotto esame).

QUANDO DIVENTA UN DISTURBO

Quando l’attivazione del sistema di ansia è eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alle situazioni, siamo di fronte ad un disturbo d’ansia, che può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni.

Fattori che aumentano la probabilità di sviluppare un disturbo d’ansia

•Aver vissuto esperienze traumatiche o aver assistito a eventi drammatici durante l’infanzia.

•Soffrire di malattie croniche (in particolare, cardiache, respiratorie, digestive e metaboliche) o l’aver sperimentato una patologia grave (per esempio, un tumore).

•Essere stati esposti a una fonte di stress acuto intenso o a stress più modesti, ma ripetuti nel tempo.

•Avere un profilo psicologico caratterizzato da una scarsa capacità di adattamento agli stimoli esterni e da una spontanea tendenza al nervosismo e alla preoccupazione.

•Assunzione di sostanze (alcol, droghe, farmaci, caffeina, nicotina, estratti fitoterapici ecc.) che tendono a peggiorare la risposta allo stress e ad aumentare la tendenza all’ansia.

Oltre a sintomi psicologici, quali agitazione e irritabilità, la sindrome ansiosa si associa di norma a insonnia, alterazioni dell’appetito e a tutta una serie di manifestazioni fisiche caratteristiche (accelerazione del battito cardiaco, difficoltà respiratorie, aumento della sete, bisogno di muoversi in continuazione, gesti ripetitivi ecc.) che possono ridurre la qualità di vita in modo significativo.

SINTOMI
•Indolenzimenti e contratture muscolari, tendenza a serrare i denti sia durante il giorno (digrignamento) sia durante la notte (bruxismo), voce tremante.

•Ronzii alle orecchie, visione confusa, vampate, dolori localizzati privi di evidenti cause organiche.

•Tachicardia, palpitazioni, dolori al centro del torace, cali di pressione, polso irregolare.

•Senso di costrizione e oppressione al petto, difficoltà respiratorie, sensazione di soffocamento.

•Aumento della frequenza urinaria, disturbi del ciclo mestruale e del desiderio sessuale.

•Difficoltà a deglutire, difficoltà digestive, mancanza di appetito, nausea, vomito, diarrea.

•Cefalea, vertigini, aumento della sudorazione, vampate oppure pallore, riduzione della salivazione.

•Preoccupazione costante o ricorrente, ingiustificata o per motivi futili, pessimismo.

•Irritabilità, incapacità a rilassarsi, ipersensibilità agli stimoli e trasalimenti, facilità al pianto, fobie specifiche.

•Insonnia con difficoltà ad addormentarsi o sonno interrotto da incubi, problemi di concentrazione, ridotta capacità di memorizzazione

TRATTAMENTO

La parola ansia da diversi anni a questa parte è un po’ abusata. Negli anni ’80 si abusava della diagnosi di “esaurimento nervoso”, che successivamente è stata modificata in “disturbo d’ansia”. Il denominatore comune è un esaurimento di risorse utili a far fronte agli stimoli ambientali che generano molto più stress di quanto non generassero prima. E’ importante non generalizzare e identificare se c’è un reale disturbo d’ansia e capire come e quando si manifesta.

Di fronte ad un disturbo d’ansia occorre innanzitutto capire quando i sintomi hanno avuto inizio, quali sono gli stress capaci di generare ansia, quali emozioni vengono attivate maggiormente (paura, rabbia, tristezza…) e come sono gli schemi mentali propri della persona che da sempre l’hanno guidata nella gestione dell’ansia.

E’ importante conoscere le dinamiche familiari e le persone appartenenti ai vari sistemi relazionali del paziente che possono aver sofferto d’ansia e che possono essere tutt’oggi ansiogene.

Una volta raccolti tutti gli elementi si riscoprono insieme le risorse non utilizzate e si costruisce un nuovo modello relazionale, cognitivo e comportamentale (dopo avere acquisito la capacità di decodificare le proprie emozioni) che aiuterà il paziente a gestire momenti difficili, riuscendo a dare la giusta priorità e importanza a ciò che gli accade e a valutare con la giusta misura gli eventi fino a prima stressogeni.

ATTACCHI DI PANICO

Gli attacchi di panico (detti anche crisi d’ansia) sono episodi di improvvisa ed intensa paura o di una rapida escalation dell’ansia normalmente presente. Sono accompagnati da sintomi somatici e cognitivi, quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, vertigini, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore.

Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta. E’ ovvio che la paura di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante.

Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo di panico, più per “paura della paura” che altro. La persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta “agorafobia“, ovvero l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato.

Con la paura degli attacchi di panico diventa quindi pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus, aereo o guidare l’auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e così via.

L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo dei suoi attacchi di panico, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che deriva dal fatto di essere “grande e grosso” ma dipendente dagli altri, che può condurre ad una depressione secondaria.

SINTOMI

L’attacco di panico ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito entro 10 minuti o meno) e dura circa 20 minuti (ma a volte molto meno o di più).

I sintomi degli attacchi di panico tipici sono:

•Palpitazioni/tachicardia

•Paura di perdere il controllo o di impazzire (ad esempio, la paura di fare qualcosa di imbarazzante in pubblico o la paura di scappare quando colpisce il panico o di perdere la calma)

•Sensazioni di sbandamento, instabilità (capogiri e vertigini)

•Tremori fini o a grandi scosse

•Sudorazione

•Sensazione di soffocamento

•Dolore o fastidio al petto

•Sensazioni di derealizzazione (percezione del mondo esterno come strano e irreale, sensazioni di stordimento e distacco) e depersonalizzazione (alterata percezione di sé caratterizzata da sensazione di distacco o estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo)

•Brividi

•Vampate di calore

•Parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio)

•Nausea o disturbi addominali

•Sensazione di asfissia (stretta o nodo alla gola)
 

TRATTAMENTO

Considero gli attacchi di panico la massima espressione di un disturbo d’ansia.

Dopo una raccolta dettagliata di tutti i dati per capire come, quando, dove e magari anche perché, si verificano gli attacchi di panico, tratto il disturbo da attacchi di panico con la stessa metodologia con cui tratto i disturbi d’ansia. Si desensibilizza l’emozione negativa legata a queste esperienze e, ciò che è più importante, la connotazione negativa di sé riferita agli attacchi (come impotenza, debolezza, incapacità di gestire le situazioni, etc.) viene sostituita da una positiva e reale che fortificherà la sicurezza del paziente e porrà fine alle crisi d’ansia e agli attacchi di panico.

IPOCONDRIA

La caratteristica essenziale dell’ipocondria è la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una grave malattia, basata sull’errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici.

Perché si possa parlare di ipocondria (o paura delle malattie), ovviamente, una valutazione medica completa deve avere escluso qualunque condizione medica generale che possa spiegare pienamente i suoi segni o sintomi fisici (per quanto possa talora essere presente una condizione medica generale concomitante).

L’aspetto principale dell’ipocondria è che la paura o la convinzione ingiustificate di avere una malattia persistono nonostante le rassicurazioni mediche.

I sintomi dell’ipocondria sono riconducibili a preoccupazioni nei confronti di: funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la traspirazione o la peristalsi); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. una piccola ferita o un occasionale raffreddore); oppure sensazioni fisiche vaghe o ambigue (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Nell’ipocondria (detta anche fobia delle malattie), le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.

In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura delle malattie cardiache). Visite mediche ripetute, esami diagnostici e rassicurazioni da parte dei medici, tipiche di chi soffre di ipocondria, servono poco ad alleviare la preoccupazione concernente la malattia o la sofferenza fisica. Per esempio, un soggetto preoccupato di avere una malattia cardiaca non si sentirà rassicurato dalla ripetuta negatività dei reperti delle visite mediche, dell’ECG, o persino della angiografia cardiaca.

I soggetti con l’ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, o a causa di osservazioni, sensazioni, o eventi che riguardano il loro corpo.

Per chi soffre di ipocondria, la paura delle malattie spesso diviene per il soggetto un elemento centrale dell’immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

SINTOMI

Spesso nell’ipocondria la storia medica viene presentata con dovizie di dettagli e assai estesamente. Sono comuni “l’andare per medici” e il deterioramento della relazione medico-paziente, con frustrazioni e risentimento reciproci.

I soggetti con paura delle malattie spesso ritengono di non ricevere le cure appropriate, e possono opporsi strenuamente agli inviti a rivolgersi ai servizi psichiatrici. Complicazioni possono derivare dalle ripetute procedure diagnostiche, che possono di per sé comportare dei rischi e che sono costose.

Tuttavia, proprio in quanto questi soggetti hanno una storia di lamentele multiple senza una chiara base fisica, c’è il rischio che ricevano valutazioni superficiali, e che venga trascurata la presenza di una condizione medica generale.

Le relazioni sociali vengono sconvolte per il fatto che il soggetto che ha i sintomi di ipocondria è preoccupato della propria condizione e spesso si aspetta considerazione e trattamento speciali.

La vita familiare può diventare disturbata poiché viene focalizzata intorno al benessere fisico del soggetto. Possono non esserci effetti sul funzionamento lavorativo dell’individuo, a causa dei sintomi dell’ipocondria, se questo riesce a limitare l’espressione delle preoccupazioni ipocondriache al di fuori dell’ambiente lavorativo. Più spesso la preoccupazione interferisce con le prestazioni e causa assenze dal lavoro. Nei casi più gravi, il soggetto ipocondriaco può divenire un completo invalido per le proprie paure delle malattie.

Malattie gravi, specialmente nell’infanzia, ed esperienze pregresse di malattia di un membro della famiglia sono facilmente associate con il manifestarsi dei sintomi di ipocondria.

Si ritiene che certi fattori psico-sociali stressanti, in particolare la morte di qualche persona vicina, possano in alcuni casi precipitare la fobia delle malattie.

La paura delle malattie può esordire a qualunque età, ma si pensa che l’età più comune di esordio sia la prima età adulta.

TRATTAMENTO

Il soggetto ipocondriaco spesso esprime il proprio disagio emotivo concentrando la propria ansia anticipatoria, cioè la preoccupazione che succedano cose molto negative e, soprattutto, incontrollabili, sul proprio corpo e interpreta ogni segnale corporeo come un campanello d’allarme, illudendosi che con la prevenzione possa evitare malattie prive di cure, quindi incontrollabili.

Molto spesso i pazienti ipocondriaci hanno, infatti, quello che io chiamo disturbo del controllo, nel senso che il loro desiderio è di poter controllare qualsiasi cosa affinchè non corrano il rischio di provare una paura reale o giustificata.

La cura di questo disturbo prevede, come sempre, l’anamnesi della storia del disturbo per capire come sia nata la paura motrice e la cognizione della propria impotenza. Spesso è possibile risalire agli eventi che hanno innescato questa cognizione negativa di sé e si acquisisce la consapevolezza che la cognizione negativa ad essi legata appartiene al passato e non condiziona più il presente, né il futuro.

DEPRESSIONE

Il Disturbo Depressivo può esordire ad ogni età, con un’età media di esordio intorno ai 25 anni. Alcuni hanno episodi di depressione isolati seguiti da molti anni senza sintomi, mentre altri hanno gruppi di episodi, e altri ancora hanno episodi sempre più frequenti con l’aumentare dell’età.

Tra le possibili cause della depressione troviamo fattori di tipo psicosociale, ma anche di tipo genetico e biologico. Gli episodi del Disturbo Depressivo spesso seguono un grave evento psicosociale stressante, come la morte di una persona cara, il divorzio, il trasferimento, etc. Tra questi eventi possiamo trovare anche cambiamenti nelle condizioni lavorative o l’inizio di un nuovo tipo di lavoro, la malattia di una persona cara, gravi conflitti familiari, cambiamenti nel giro di amicizie, cambiamenti di città, etc.

Gli studi supportano l’ipotesi dell’ereditabilità della depressione, infatti i figli di genitori depressi presentano un rischio più elevato di sviluppare depressione. Tra le cause della depressione si hanno anche modificazioni a livello biologico, nella regolazione di alcune sostanze come neurotrasmettitori e ormoni.

Tali dati incoraggiano al largo uso di farmaci antidepressivi, che ormai sono diventati tra i farmaci i più impiegati nella medicina, ma purtroppo i risultati sono spesso modesti e/o temporanei. Se non si interviene con una valida psicoterapia che aiuta la persona ad acquisire strategie funzionali alla soluzione degli episodi depressivi acuti e alla prevenzione delle ricadute, è altamente probabile che il soggetto vada incontro a recidive ricorrenti.

Occorre tener presente che l’episodio depressivo non coincide con la diagnosi di depressione maggiore, perché molte persone possono avere altalenanze del tono dell’umore, più o meno marcate, fino ad arrivare al vero e proprio disturbo bipolare, di cui la depressione può essere solo un sintomo, anche se solitamente è quello più sgradito al soggetto, che chiede aiuto in queste fasi.

Vi sono poi forme particolari di disturbo depressivo, come la depressione post-partum, che hanno loro caratteristiche proprie. In ogni caso, è bene tener presente che i sintomi della depressione possono essere talvolta “mascherati”, al punto che nessuno si accorge del problema, talvolta neanche il soggetto stesso, che tende ad attribuirli a normale stanchezza, stress, nervosismo o problemi lavorativi, familiari o di coppia. E’ infatti piuttosto frequente il caso in cui la persona depressa non voglia riconoscere il proprio stato interno, che lo porta a vedere “tutto nero”, ad essere intollerante, irritabile, pessimista, nervoso, distante, ecc., e ritenga che esso sia solo la conseguenza di fattori esterni che andrebbero modificati (lavoro, coppia, denaro, figli, etc.).

SINTOMI

Generalmente chi soffre di depressione mostra un umore depresso, una marcata tristezza quasi quotidiana e tende a non riuscire più a provare lo stesso piacere nelle attività che provava prima. Le persone che soffrono di depressione, si sentono sempre giù, l’umore ed i pensieri sono sempre negativi. Sembra che presentino un vero e proprio dolore di vivere, che li porta a non riuscire a godersi più nulla.

Oltre a questi sintomi di depressione primari, normalmente succede che le persone che soffrono di questo disturbo ne presentino altri, quali:

•un appetito aumentato o diminuito;

•un aumento o una diminuzione del sonno;

•spesso un marcato rallentamento motorio o, al contrario, una marcata agitazione;

•una marcata affaticabilità;

•una ridotta capacità di concentrarsi;

•una tendenza molto forte ad incolparsi, a svalutarsi;

•tendenza a pensare al suicidio.

I sintomi della depressione possono manifestarsi in modo acuto (con fasi di depressione molto acute ed improvvise, che magari tendono a scomparire da sole o con una terapia) oppure costantemente, anche se in forma leggera, con alcuni improvvisi momenti di peggioramento. In tal caso si parla di distimia.

Spesso i parenti spronano chi manifesta i sintomi della depressione a reagire, a sforzarsi. Questo ovviamente in buona fede, senza rendersi conto che ciò tende a far sentire chi ne soffre ancora più in colpa.

L’atteggiamento migliore da tenere è quello di aiutare gradatamente il soggetto a riprendere le proprie attività, ad assumere un’adeguata terapia farmacologica ed intraprendere una psicoterapia.

TRATTAMENTO

Dopo un’attenta anamnesi della storia della depressione del paziente (casi in famiglia, quando è nata, pensieri negativi ridondanti, etc) si orienterà il percorso all’acquisizione di una buona autostima e di efficaci capacità relazionali e comunicative che porteranno ad avere una diversa percezione di sé e ad avere relazioni soddisfacenti che restituiranno un’immagine di persona capace di farsi valere.

DISTURBI PSICOSOMATICI

La psicosomatica è un ampio campo della patologia che si colloca a metà strada tra la medicina e la psicologia, in quanto indaga la relazione tra mente e corpo, ovvero tra il mondo emozionale ed affettivo e il soma. Nello specifico, la psicosomatica ha lo scopo di rilevare e comprendere gli effetti negativi che la psiche, la mente, produce sul soma, il corpo.

I disturbi psicosomatici si possono considerare malattie vere e proprie che comportano danni a livello organico e che sono causate o aggravate da fattori emozionali.

I sintomi psicosomatici coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Le emozioni negative, come il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e il corpo in una condizione di emergenza continua, a volte per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, quindi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente, che può provocare dei danni agli organi più deboli.

Disturbi di tipo psicosomatico possono manifestarsi nell’apparato gastrointestinale (gastrite psicosomatica, colite spastica psicosomatica, ulcera peptica), nell’apparato cardiocircolatorio (tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale), nell’apparato respiratorio (asma bronchiale, sindrome iperventilatoria), nell’apparato urogenitale (dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia), nel sistema cutaneo (la psoriasi, l’acne, la dermatite psicosomatica, il prurito, l’orticaria, la secchezza della cute e delle mucose, la sudorazione profusa), nel sistema muscoloscheletrico (la cefalea tensiva o mal di testa, i crampi muscolari, la stanchezza cronica, il torcicollo, la fibromialgia, l’artrite).

SINTOMI

Sintomi psicosomatici sono comuni nelle varie forme di depressione e in quasi tutti i disturbi d’ansia, ma esistono dei disturbi psicosomatici veri e propri in assenza di altri sintomi di natura psicologica, che rendono più difficile, per il soggetto, imputare il malessere fisico ad un problema psicologico piuttosto che ad un malfunzionamento organico.

TRATTAMENTO

Dalla mia esperienza ho potuto constatare che i pazienti che soffrono di disturbi psicosomatici hanno una marcata incapacità di gestire le emozioni, soprattutto di esprimerle.

Spesso, venendo a conoscenza della loro biografia, emerge che emozioni negative quali rabbia, tristezza, paura o disgusto vengono da tempo represse.

Ma le emozioni, quando vengono represse, possono reagire “attaccando” un organo del corpo affinché vengano in qualche modo ascoltate e usano come canale comunicativo proprio il corpo.

Imparando a riconoscere le proprie emozioni e a sentirsi in diritto di esprimerle per avere rispetto di se stessi, il corpo non verrà più preso di mira.

DISTURBI POST TRAUMATICI DA STRESS

Il Disturbo Post Traumatico da Stress si sviluppa in seguito all’esposizione ad un evento stressante e traumatico che la persona ha vissuto direttamente, o a cui ha assistito, e che ha implicato morte, o minacce di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. La risposta della persona all’evento comporta paura intensa, senso di impotenza e/o orrore.

SINTOMI

Il Disturbo Post Traumatico da Stress si sviluppa in seguito all’esposizione ad un evento stressante e traumatico che la persona ha vissuto direttamente, o a cui ha assistito, e che ha implicato morte, o minacce di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. La risposta della persona all’evento comporta paura intensa, senso di impotenza e/o orrore.

I sintomi del Disturbo Post traumatico da Stress possono essere raggruppati in tre categorie principali:

1.il continuo rivivere l’evento traumatico: l’evento viene rivissuto persistentemente dall’individuo attraverso immagini, pensieri, percezioni, incubi notturni;

2.l’evitamento persistente degli stimoli associati con l’evento o attenuazione della reattività generale: la persona cerca di evitare di pensare al trauma o di essere esposta a stimoli che possano riportarglielo alla mente. L’ottundimento della reattività generale si manifesta nel diminuito interesse per gli altri, in un senso di distacco e di estraneità;

3.sintomi di uno stato di iperattivazione persistente come difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme.

I sintomi del disturbo post traumatico da stress possono insorgere immediatamente dopo il trauma o dopo mesi. Il quadro dei sintomi può essere inoltre acuto, se la durata dei sintomi è minore di tre mesi, cronico se ha una durata maggiore, o ad esordio tardivo, se sono trascorsi almeno 6 mesi tra l’evento e l’esordio dei sintomi.

Gli eventi traumatici vissuti direttamente in grado di scatenare un disturbo post traumatico da stress possono includere tutte quelle situazioni in cui la persona si è sentita in grave pericolo come i combattimenti militari, aggressione personale violenta, rapimento, attacco terroristico, tortura, incarcerazione come prigioniero di guerra o in un campo di concentramento, disastri naturali o provocati, gravi incidenti automobilistici, stupri, ecc.. Gli eventi vissuti in qualità di testimoni includono l’osservare situazioni in cui un’altra persona viene ferita gravemente o assistere alla morte innaturale di un’altra persona dovuta ad assalto violento, incidente, guerra o disastro, o il trovarsi di fronte inaspettatamente a un cadavere.

Anche il solo fatto di essere venuti a conoscenza che un membro della famiglia o un amico stretto è stato aggredito, ha avuto un incidente o è morto (soprattutto se la morte è improvvisa e inaspettata) può far insorgere il disturbo post traumatico da stress.

Tale disturbo può risultare particolarmente grave e prolungato quando l’evento stressante è ideato dall’uomo (per es., tortura, rapimento). La probabilità di svilupparlo può aumentare proporzionalmente all’intensità e con la prossimità fisica al fattore stressante.

Il trattamento del disturbo post traumatico da stress richiede necessariamente un intervento psicoterapeutico che faciliti l’elaborazione del trauma, fino alla scomparsa dei sintomi d’ansia.

TRATTAMENTO

In seduta viene rielaborato il ricordo traumatico e le emozioni negative connesse all’evento vengono lasciate nel passato, perdendo così il potere di condizionare il presente

CRISI DI COPPIA

Capita che le coppie attraversino momenti di crisi per svariati motivi: nascite o crescite dei figli, figli che non arrivano, tradimenti, problemi sessuali, suoceri invadenti, malattie, stili comunicativi sbagliati, etc.

Nel caso di una crisi di coppia, se avverto l’esigenza di approfondire eventuali tematiche personali, invito i partner a fare qualche seduta individuale affinché io possa avere più dati sulla personalità di ciascuno.

Altrimenti procedo direttamente con sedute di coppia, in cui analizzo gli interscambi comunicativi e cerco di individuare quale sia la problematica di fondo che scatena i soliti litigi o incomprensioni. Ignoro i contenuti delle discussioni ma identifico il tipo di gioco relazionale che la coppia attua e propongo un cambiamento, dando regole (di un nuovo gioco) che possono accrescere una relazione che molto spesso è statica da diverso tempo.

In seduta i partner si sentono più autorizzati a dire ciò che davvero pensano perché si sentono in un luogo protetto dove ciò che diranno verrà trattato da un esperto.

Dalla mia esperienza, nel corso di una terapia di coppia, è necessario fare quello che io chiamo “aggiornamento dei bisogni”. Molto spesso lavoro con persone che non conoscono i propri attuali bisogni e tanto meno quelli del partner. Nella vita, crescendo o invecchiando, si cambia e cambiano anche i bisogni. La coppia, come un’entità che gode di vita propria e non come la somma di due persone, cresce e cambia anch’essa. Ma se i partner non si adattano ai cambiamenti, la coppia entra in crisi proprio perché c’è una resistenza al cambiamento. Se non si aggiornano i propri bisogni, si disperdono energie nel cercare di soddisfare vecchi bisogni e, quando si crede di averli soddisfatti, si avverte frustrazione perché sono bisogni del passato e non del presente.

PROBLEMI RELAZIONALI

Molti miei pazienti si sono rivolti a me non perché soffrissero di qualche disturbo psicologico particolare ma perché riportavano difficoltà nel gestire le relazioni nei vari sistemi di appartenenza: lavorativo, sentimentale, familiare e/o amicale.

In questi casi l’attenzione viene riposta prevalentemente sugli stili comunicativi della persona che possono rivelare un comportamento passivo o aggressivo o passivo/aggressivo, quindi non efficace per avere buone relazioni. Imparando a comunicare in modo efficace, cioè assertivo, le proprie relazioni cambiano e cambia il nostro modo di percepirci e di comportarci.

Comunicare in modo assertivo significa essere in grado di comunicare i propri stati emotivi per richiamare l’empatia del nostro interlocutore, essere in grado di metterci altrettanto nei panni dei nostri interlocutori, non giudicare, saper dire di no senza sentirsi in colpa, sentirsi liberi di esprimere il proprio parere senza aggredire l’altro, ascoltare e dimostrare il nostro ascolto, essere consapevoli della nostra comunicazione non verbale ed essere in grado di usarla in modo efficace e coerente con ciò che stiamo dicendo.

Dopo un’attenta analisi del tipo di comunicazione del paziente, di seduta in seduta, vengono messi in luce i limiti e vengono dati precisi input su come è possibile non commettere tipici errori e vengono fornite precise strategie comunicative. All’inizio risulterà molto difficile perché la comunicazione è spontanea e densa di automatismi che non è facile smantellare. Dopo un po’ di esercizi, quando saranno lampanti i benefici della nuova comunicazione, diventerà spontaneo comunicare in modo assertivo. Come andare in bicicletta…

SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA'

Essere e fare il genitore non è affatto semplice. Si hanno grandi responsabilità educative e capita a volte di non avere gli strumenti per fare il proprio lavoro genitoriale al meglio.

Spesso si perde la pazienza, non si riescono a gestire situazioni difficili, tensioni intrafamiliari, oppure alcuni comportamenti dei nostri figli ci insospettiscono e ci fanno temere che ci sia qualcosa che non va. Bambini aggressivi, o che tendono all’isolamento, ansiosi, con tic nervosi, con difficoltà di linguaggio o di apprendimento mettono a dura prova i genitori che si trovano davanti al grande dilemma: “cosa devo fare?”

I bambini non sono mai il problema ma è la relazione con i genitori che ha bisogno di essere modificata o arricchita con comportamenti del genitore che insegnino al bambino a gestire le emozioni difficili, le ansie da prestazione, l’inserimento in contesti sociali. Come spiego nell’articolo “l’intelligenza emotiva e la responsabilità dei genitori” i genitori sono responsabili della buona autostima dei figli, indispensabile per una vita serena e ricca di successi e soddisfazioni personali.

Finora ho aiutato molti genitori ad individuare l’origine del problema comportamentale dei figli e insieme abbiamo ipotizzato i significati profondi che un comportamento può avere.

In modo molto concreto e pragmatico richiamo l’attenzione sulle interazioni che loro hanno con i propri figli ed evidenzio quali possano essere i comportamenti da modificare, fornendo strumenti molto pratici per migliorare la loro relazione e porre fine ai sintomi di disagio da parte dei bambini.